Domingo, 01 de mayo de 2016

Intervento del Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, su “La situazione degli Ordinariati militari nei territori dipendenti dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli”,  in  occasione del  XXX  anniversario  della promulgazione  della Costituzione Apostolica “Spirituali militum curae”. (Fides)

(Istituto Patristico Augustinianum, 29 Aprile 2016) 

Desidero anzitutto esprimere il mio compiacimento per la felice iniziativa promossa dalla Congregazione dei Vescovi in occasione dei trent’anni dalla promulgazione  della Costituzione Apostolica “Spirituali militum  curae”, con la quale San Giovanni Paolo II ha inteso offrire una legge-quadro che meglio rispondesse alla necessità di una pastorale specializzata per il mondo militare. 

Al di là delle possibili discussioni sul fatto che gli Ordinariati militari possano o no considerarsi, a buon diritto  e a pieno titolo, come Chiese particolari, in senso teologico e canonico, si deve accreditare che si tratta, comunque, di vere porzioni di popolo di Dio, composte da un gruppo di fedeli guidato da un pastore proprio, coadiuvato dal suo presbiterio. Ciò risulta opportunamente chiarito e precisato dalla Costituzione Apostolica. Essa, infatti, interpreta e incarna la lodevole sollecitudine (“eximia sollicitudine”, secondo le parole stesse usate dal Papa) della Chiesa di andare incontro al mondo militare per evangelizzarlo, rendendo possibile l’incontro con Cristo e favorendo la vocazione alla santità comune a tutti i battezzati, non esclusi quelli che vivono ed operano all’interno dell’ambiente castrense. Così la professione militare può diventare un servizio alla comunità dei popoli, e nello specifico, un “ministerium  pacis inter armas”. Come si sa, però, affinché i fedeli militari possano esercitare il loro sacerdozio comune, occorre l’aiuto del sacerdozio ministeriale  tramite presbiteri opportunamente scelti, ben preparati e qualificati, in modo che tutti, chierici e laici, cooperino organicamente alla missione della Chiesa nel mondo castrense, partecipando, ognuno con la sua specificità, all’unico sacerdozio di Cristo (cf. LG 10). 

Anche la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, cui la Pastor Bonus attribuisce la funzione di “dirigere e coordinare l’opera di evangelizzazione” ad gentes (PB art. 85) è arricchita della presenza di alcune di queste comunità ecclesiali cui la Costituzione Apostolica ha voluto dare un nuovo assetto giuridico. Esse realizzano, nello specifico ambiente militare, con la peculiare mobilità che lo caratterizza, una presenza e un’attività che si accorda perfettamente con la finalità missionaria del nostro Dicastero, a cui offrono, quindi,  il loro prezioso contributo. In concreto, si tratta di sei Ordinariati militari, due in Asia (Corea del Sud e Indonesia), tre in Africa (Kenya, Sud Africa e Uganda) e uno in Nuova Zelanda; l’Ordinariato di più antica costituzione è quello dell’Indonesia (25 dicembre 1949), mentre quello di più recente creazione è l’Ordinariato Militare della Corea del Sud (23 ottobre 1989). Tutti questi Ordinariati dipendenti dalla C.E.P. sono accomunati dal fatto che, in nessun caso, è stato siglato un accordo formale con i rispettivi governi per l’assistenza spirituale delle forze armate. Normalmente, infatti, come si sa, tale assistenza fa parte di quelle “materie miste” che sono oggetto di concordati, convenzioni, accordi, modus vivendi, tra Stato e Chiesa. 

La mancanza di un accordo formale, che, in qualche modo, istituzionalizzi la presenza dei cappellani negli ambienti militari e, si badi bene, non necessariamente attraverso il loro inquadramento nei ranghi militari, espone l’assistenza spirituale presso le forze armate all’incertezza delle mutevoli situazioni socio-politiche che si possono verificare in un determinato Paese. Pertanto, rimane sempre auspicabile che tutta la materia concordataria (ivi compresa, appunto, l’assistenza spirituale ai militari) venga opportunamente regolamentata tramite accordi bilaterali. 

L’esiguità del numero degli Ordinariati Militari dipendenti dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, rispetto alla vastità dei territori di nostra competenza, è legata a diversi fattori spesso  contingenti e,  tra gli altri, anche al fatto che non sempre sono presenti nei nostri Paesi quelle condizioni politiche  che costituiscono i necessari presupposti per la creazione di circoscrizioni ecclesiastiche militari. Va pertanto rilevato che nei territori della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli vi sono ancora Chiese strettamente missionarie, ma anche giovani Chiese in formazione, dove da non molto sono presenti Vescovi, sacerdoti e religiosi/e autoctoni. 

Inoltre, trattandosi di materia che coinvolge l’autorità statale, la creazione degli Ordinariati militari dipende dalla maturità politica, dal regime vigente, come pure dai rapporti tra Chiesa e Autorità statali da pochi decenni affrancati dal colonialismo o da forme di protettorati. Tra le altre ragioni che rendono limitata la creazione di Ordinariati Militari nei territori di nostra competenza, un serio fattore è rappresentato dall’instabilità governativa con i suoi inevitabili riflessi nell’ambito militare. Inoltre, va anche rilevato che, in alcuni casi, sono i Vescovi stessi che temono che il potere politico possa servirsi dell’Ordinario castrense per “addomesticare” ed “imbavagliare” la Chiesa e l’episcopato. La libertà dei Vescovi in certi Paesi, infatti, non è di secondaria importanza. Ma vi sono anche altre circostanze che, sia pure in modo più indiretto, non facilitano l’istituzione di cappellani nell’ambito delle forze armate. Così, ad esempio, in alcuni nostri Paesi, si deve rilevare il triste presente o passato di regimi militari dittatoriali o di regimi che con l’appoggio delle forze armate mantengono aperti conflitti interminabili. Tali conflitti, infatti, non di rado vengono usati dallo stesso potere in aperta violazione dei propri principi costituzionali. Non si possono nemmeno ignorare le divisioni tribali e religiose che in tante parti segnano dolorosamente il tessuto sociale di alcuni territori.  Tra le difficoltà interne alla Chiesa, esiste pure il problema del personale ecclesiastico insufficiente solo a coprire le necessità pastorali più comuni. 

Bisogna tener conto, infine, che, di per sé, la costituzione di un Ordinariato Militare, come tutta la materia concordataria, è spesso il risultato di lunghe e pazienti trattative tra le parti (Stato e Chiesa), che talvolta si protraggono  anche molti anni, si interrompono (con il cambio di governi, colpi di stato, etc.), si arenano, riprendono, subiscono, insomma, alterne vicende, prima di arrivare al risultato finale, nient’affatto scontato. Da ultimo, non si può ignorare che l’assistenza spirituale presso le forze armate va inquadrata nella pastorale d’insieme che, in territori ancora in stato di implantatio Ecclesiae, risentono di tutte le fatiche e le difficoltà proprie  delle giovani Chiese. 

Per quanto riguarda la situazione nei nostri territori missionari, gli Ordinariati Militari dipendenti, eccetto quello della Corea, presentano, il più delle volte  una struttura poco più che embrionale. In qualche Paese l’organizzazione dell’assistenza spirituale alle Forze Armate è affidata ‘nominalmente’ ad un Vescovo, in qualche altro, ad un sacerdote, come Cappellano nazionale delle Forze Armate (così, ad esempio, in Costa d’Avorio) ma, in entrambi i casi, non esiste una vera e propria circoscrizione ecclesiastica militare e le iniziative per l’assistenza spirituale dei soldati risultano il più delle volte sporadiche, frammentarie e affidate alla buona volontà dei singoli, in assenza di una programmazione organica e di coordinamento con le attività diocesane poste in essere dalle altre Chiese particolari.  

Gli Ordinari Militari nei Territori dipendenti dalla Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, sono tutti Vescovi, come auspicato dalla normativa (cf. SMC, art II,1): tre di essi (Corea del Sud, Kenya e Uganda), ricoprono soltanto quest’incarico, mentre gli altri tre, sono cumulativamente, Vescovi di altrettante circoscrizioni ecclesiastiche. Così l’Ordinario del Sud Africa è l’Arcivescovo di Pretoria,  quello dell’Indonesia è l’Arcivescovo di Jakarta, e, infine, quello della Nuova Zelanda è l’Arcivescovo di Wellington.  Questo doppio incarico, secondo alcuni canonisti (tra i quali P. Beyer, S.I.), non è la soluzione ottimale, perché dovendo provvedere anche alla cura della Diocesi, si corre il rischio che trascurino la pastorale dell’Ordinariato e l’incremento delle sue strutture, proprio in una fase delicata com’è quella iniziale, dove occorre mettere ogni sforzo per creare una solida base di crescita e di sviluppo della nuova circoscrizione ecclesiastica. 

Nella generalità dei casi, i cappellani che operano negli Ordinariati militari dipendenti dalla nostra Congregazione appartengono al clero secolare, e, complessivamente, superano, di poco, le 170 persone, mentre le religiose che svolgono il loro apostolato tra i militari sono poco più di una quarantina, la maggioranza delle quali, concentrate nell’Ordinariato Militare della Corea del Sud. Alcuni cappellani (pochi per la verità) sono impegnati a tempo pieno, mentre la maggioranza sono a tempo parziale. Da notare, pure, che, per lo più, i cappellani non sono inquadrati militarmente (non hanno cioè i gradi) e, nella generalità, non sono incardinati nell’Ordinariato Militare. Quanto alla remunerazione, in alcuni casi (Sud Africa, Corea del Sud) sono stipendiati dallo Stato, in altri (ad es. nella Nuova Zelanda) ricevono un rimborso spese, altri ancora rimangono a carico delle rispettive Diocesi. 

Poiché il personale religioso  che presta la sua opera nell’ambito militare, è,  in generale, carente, considerando il fatto che si tratta di una preziosa occasione per l’evangelizzazione e l’apostolato tra i giovani, bisognerebbe, forse, richiamare, nelle sedi opportune, il tenore dell’art. VI, § 2 della Spirituali militum curae che giustamente invita i Vescovi diocesani, nonché i superiori religiosi, ad adoperarsi per garantire all’ordinariato castrense, ma, più in generale all’assistenza spirituale del personale militare, un numero sufficiente di sacerdoti e di diaconi idonei a questa particolare e specifica missione. Bisogna, comunque, riconoscere l’oggettiva difficoltà a realizzare quest’auspicio, atteso il problema ricorrente nei nostri Territori, della penuria di personale apostolico nell’ambito pastorale e ministeriale comune. 

Oltre ai sei ordinariati militari nei Territori dipendenti dalla CEP, l’assistenza spirituale ai militari è assicurata a livello di Chiese locali, anche in altri Paesi che ricadono sotto la nostra giurisdizione, secondo varie forme e modalità. Mi riferisco, ad esempio, al Benin e alla Costa d’Avorio; in quest’ultimo Paese il governo ha «accreditato» 40 cappellani, dieci per ogni appartenenza religiosa (cattolica, protestante evangelica, musulmana e pentecostale), i quali, con la loro fattiva cooperazione sancita dalla cosiddetta “carta di collaborazione”, sono un buon esempio di attenzione interreligiosa, concretamente vissuta. I dieci cappellani «accreditati», sono affiancati dai cappellani militari diocesani, nominati dai singoli Vescovi, per l’animazione spirituale della famiglia militare presente in ciascuna Chiesa locale, e che operano d’intesa con il Cappellano Militare nazionale. Questi si incarica della programmazione pastorale,  coordina le attività di apostolato e cura i rapporti tra il Ministero della Difesa e la Conferenza Episcopale, nonostante la lamentata assenza di un inquadramento giuridico a livello legislativo del servizio reso dai cappellani, ciò che permetterebbe loro di adempiere forse più agevolmente  ed efficacemente la loro delicata missione. In Burundi, a partire dal 2011 si sono aperti i negoziati con il governo, per studiare, attraverso l’istituzione di una commissione mista, l’elaborazione di un’intesa volta ad assicurare una cura pastorale organizzata e stabile dei fedeli cattolici sotto le armi. Il progetto, però, ha subito ultimamente una battuta d’arresto, a seguito della problematica situazione socio-politica che sta vivendo il Paese. Tuttavia, i Vescovi, da sempre si sono dimostrati solleciti nell’assicurare la cura spirituale dei militari, come dimostra l’esistenza di due “Aumônieries Générales”, per le Forze Armate e per la Polizia, nelle quali operano dieci sacerdoti. 

Mi piace concludere con le parole rivolte dal Santo Padre Francesco l’anno scorso ai partecipanti al IV Corso di formazione dei cappellani militari al diritto internazionale umanitario. Esse indicano con forza la convinzione che deve animare e l’impegno che deve assumere, in particolare la cosiddetta “Chiesa in stellette”, di essere una autentica Chiesa artigiana della pace: “Come cristiani restiamo profondamente convinti che lo scopo ultimo, il più degno della persona e della comunità umana, è l’abolizione della guerra. Perciò dobbiamo sempre impegnarci a costruire ponti che uniscono non muri che separano; dobbiamo sempre aiutare a cercare uno spiraglio per la mediazione e la riconciliazione; non dobbiamo mai cedere alla tentazione di considerare l’altro solamente come un nemico da distruggere, ma piuttosto come una persona dotata  di intrinseca dignità, creata da Dio a sua immagine (cf. Esort. Ap. Evangelii gaudium, 274)”. 

Auspico che queste parole siano approfondite attraverso un’adeguata riflessione e aiutino a cogliere il senso della presenza dei cristiani nel mondo militare, chiamati, essi pure, «ad essere sale, luce e lievito affinché le mentalità e le strutture siano sempre più pienamente orientate alla costruzione della pace, cioè di quell’ “ordine disegnato e voluto dall’amore di Dio”, in cui le persone e i popoli possono svilupparsi integralmente e vedere riconosciuti i propri diritti fondamentali» [Benedetto PP. XVI, Discorso ai partecipanti al V Convegno Internazionale degli Ordinariati Militari, in Congregatio pro Episcopis – Officium Centrale Coordinationis Pastoralis Ordinariatuum Militarium, Ministerium pacis inter arma. A 20 anni dalla Costituzione Apostolica “Spirituali militum curae, Atti del V Convegno Internazionale degli Ordinariati Militari - Città del Vaticano 23-27 ottobre 2006, p. 40]).


Publicado por verdenaranja @ 12:13  | Hablan los obispos
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